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Museo Archeologico
A Palazzo Farnese sono attualmente aperte le prime due sezioni del Museo Archeologico: “La prima pietra”, dedicata alle fasi più antiche della preistoria (100.000 anni fa - metà del IV millennio a.C.), e “Dal fuoco il metallo”, relativa alla vita delle comunità in possesso della metallurgia (3400-900 a.C.).
Il percorso, che si snoda nei sotterranei della Cittadella Viscontea, è scandito da un ricco apparato didattico che fa da filo conduttore dell’esposizione, integrando le informazioni fornite dai reperti.
Nella sezione iniziale, dopo un inquadramento generale dei problemi inerenti la ricerca preistorica, il plastico del territorio documenta la distribuzione del popolamento nella provincia di Piacenza dalla comparsa dell’ uomo fino all’epoca della romanizzazione, avviata nel 218 a.C. con la fondazione della colonia di Placentia.
Nelle vetrine si susseguono reperti del Paleolitico inferiore, medio e superiore rinvenuti soprattutto nella fascia pedecollinare; di particolare interesse sono i manufatti in diaspro delle officine litiche attive sul Monte Lama, dal Paleolitico medio all’età del Rame. Quindi è documentata la fase di transizione tra l’economia di caccia/raccolta e quella di economia produttiva delle prime comunità stanziali, rappresentata dai diversi siti mesolitici, che hanno restituito numerosi strumenti microlitici.
Risalto particolare, soprattutto grazie alla comparsa della ceramica, assumono gli insediamenti neolitici della Val Trebbia: Casa Gazza, Groppo di Vaccarezza e S. Andrea di Travo. Da segnalare soprattutto il nucleo di ceramiche scavate a Casa Gazza che costituisce uno dei complessi vascolari più significativi del Neolitico antico in Italia settentrionale.
A conclusione viene presentata la raccolta di Bernardo Pallastrelli, che per primo in ambito locale si interessò al periodo preromano e si fece promotore dell’istituzione di un museo che raccogliesse le più antiche memorie del nostro territorio.
La seconda sezione si apre con i pochi reperti dell’età del Rame, cui seguono i due splendidi pugnali del Bronzo antico scoperti sulla sponda del Po nei pressi di Castel S. Giovanni.
Ampio spazio è dedicato all’età del Bronzo media e recente, che vide lo svolgersi della cultura terramaricola diffusa in gran parte della pianura padana. Delle terramare, caratteristici villaggi arginati costruiti su palafitta in ambiente asciutto, sono esposti i materiali scavati nell’Ottocento da Luigi Scotti negli insediamenti piacentini di Rovere di Caorso, Colombare di Bersano, Castelnuovo Fogliani e Montata dell’Orto. Ad essi fanno seguito nuclei tematici relativi alle diverse attività artigianali, agli oggetti di prestigio e al mondo spirituale di queste comunità. Particolarmente significative in quanto importanti status simbol cinque spade in bronzo gettate nel Po come offerte votive alla divinità.
Elementi coevi, ma culturalmente diversi sono documentati in area appenninica: esemplificativi sono i reperti dal Groppo di Vaccarezza, che ha restituito anche un interessante complesso di ceramiche del Bronzo finale.
Nel torrione, in posizione appartata, è allestito il fegato etrusco, il reperto più noto e prestigioso delle collezioni civiche.
Il modello in bronzo di fegato ovino, rinvenuto nel 1877 a Ciavernasco di Settima, in comune di Gossolengo (PC), costituisce una rara testimonianza diretta di pratiche religiose etrusche.
E’ concordemente datato alla fine del II - inizi del I secolo a.C., mentre più incerto è il suo utilizzo, legato comunque alla divinazione ad opera degli aruspici, mediante l’esame dell’organo della vittima sacrificata. La straordinaria importanza del pezzo sta nella serie di iscrizioni di nomi di divinità, che sulla faccia piana dell’oggetto sono organizzate in modo da riflettere l’ordinamento del cielo secondo gli Etruschi.
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